Stefano Papetti
La terra e il fuoco, i due elementi primigeni necessari per la produzione della ceramica, rappresentano per Annamaria Russo il più recente approdo di un percorso artistico volto a sondare le possibilità espressive di vari materiali: un approdo naturale, vista l'origine sannita della pittrice che nella antiche fornaci di San Lorenzello ha creato una serie di grandi piatti caratterizzati da interventi pittorici che richiamano taluni esiti dell'arte optical o da sovrapposizioni di materiale vetroso che determinano suggestivi effetti traslucidi. È la conferma che la tradizione può sposare la modernità, senza tradire le proprie origini ma anzi rinnovandosi nello stile e nelle istanze artistiche.
Isabella de Stefano
Nata figurativa, Annamaria Russo si diverte a scandagliare l'astratto. Si misura con la pittura, ma anche con la scultura, e sperimenta le materie più differenti: dalla opacità della ceramica alle trasparenze cristalline del metacrilato. In questa esposizione romana Annamaria presenta i suoi piatti in ceramica: solo il supporto ricorda la forma circolare dei piatti, perché in realtà, a una visione attenta, le sue creazioni risultano essere veri e propri quadri, dove la tela è sostituita dalla ceramica e il tormento e la sfibratura del pennello da un segno visionario, che si abbandona completamente alla forte e concreta evidenza degli impasti cromatici. Un dialogo di ampio respiro tra l'impulsività del gesto e l'irruenza del colore, che si espande anche oltre i limiti circolari del supporto. Ed è proprio l'energia del segno, libero e fluido, intriso di sabbia e stratificato dallo spessore della sostanza cromatica, a ritmare i suoi tondi di ceramica. Un ritmo, quasi musicale, che accompagna e segue la perfezione del piatto con movimenti concentrici, oppure la interrompe e la spezza con ideogrammi cromatici ripresi da alfabeti primitivi, che si divertono a disegnare eleganti, esotiche combinazioni geometriche.
Altre volte il segno, rapidissimo, si sgrana in una traccia di colore abbandonata, quasi per caso, in un movimento vorticoso, dove i coaguli si infittiscono e si aggrumano in una materia corposa, che si espande e si contrae, si distende e si condensa in rapidi tocchi, in una sorta di incontrastato sommovimento tellurico delle superfici. Elementi primordiali come la sabbia e la terra sono plasmati e amalgamati indifferentemente in una miscela di finissima polvere di colore, intonata su sfumature eteree e delicate, ma anche cupe e terrose, dove il nero e l'oro, levigati oppure graffiati, quasi sempre utilizzati allo stato puro, spezzano le armoniche combinazioni di queste intense ed emozionanti tracce in ceramica.
Marcella Cossu
La ceramica di Annamaria Russo passa, nel tempo, per una fase figurativa, "classica", tale da far rivivere le profonde e inesauribili suggestioni del mito della prima sua terra d'origine, la Grecia; ma accanto all'anima ancestrale, che in lei e nella sua pittura s'imbeve dall'inizio di una paletta cromatica naturalistica e umorale-zolla, torrente, erba, nuvola, casa di paese in parte tonale, in parte tachiste, prevale quindi una propensione, tutta contemporanea, per una visione astratto- geometrica del paesaggio, a correzione e completamento della Einfühlung di impatto. Ecco quindi i paesaggi dell'anima, tarsie rigide di forme e colori della natura che si fa misura, regola e cifra nella gabbia di una forma precostituita come quella del cerchio. Il suo e nostro Sud, isolato e assolato, il mito classico, il tonalismo novecentista, Giuseppe Capogrossi, la mutevole energia di un'esperienza compiuta nella trasparenza del plexiglass colorato, attraversando i domini del futurismo - Futurballa - e del cinetismo degli anni sessanta e settanta; tutto questo concorre - e forse non basta - alla definizione di una figura complessa come quella di Annamaria Russo. Antica e moderna allo stesso tempo, come la sua pittura, come le composizioni in plexiglass, come, infine, le ceramiche in mostra, libera e imprevedibile sequenza di altrettanti modi di espressione cromatica di un'artista capace di giocare, all'interno della forma circolare del piatto di contenimento, uguale per tutte le ceramiche, con inesauribile vis inventiva, piegando e impiegando il colore in una serie di exploits incandescenti come la lava di un vulcano, pirotecnici come fuochi d'artificio nel nero di una notte d'agosto, assolati come il più sereno tra i cieli, germinali ed umbratili come l'humus più profondo. Dalla molteplice coralità dei dischi colorati di Annamaria Russo che, ad essere ipoteticamente roteati in simultanea dovrebbero, a rigore di scienza, produrre tutti un analogo flusso biancastro a sommatoria dei singoli colori, per quanto saturi profondi e brillanti - emerge a conti fatti la melodia di una ricerca artistica quanto mai attenta e coerente, nell'incredibile varietà delle soluzioni adottate.