Cristina Trivellin
Quando si parla di "urgenza" nell'ambito della creazione artistica, si intende un bisogno che nasce da un non-luogo misterioso, che forse riduttivo collocare all'interno del corpo dell'artista. Non sarà che l'"anima", il "cuore", altro non siano che intese metafore di uno spazio infinito e indefinito abitato da tutti quegli esseri speciali che banalmente chiamiamo artisti?
A vedere il percorso di Annamaria Russo - che ha esposto allo Studio D'Ars dal 30 novembre al 13 dicembre scorso - si avverte questa necessità di comunicare con l'altro, a tutti i costi. Allieva negli anni '60 di Capogrossi, passa da un segno vicino alla figurazione ad una graduale astrazione nelle campiture di colore misto a sabbia, fino a raggiungere particolare sintesi attraverso assemblaggi di materiale recuperato. Brani di plexiglass sottratti al caos che da rifiuto si fanno - per rovesciamento di significato - accettazione. La sintesi si risolve in sovrapposizioni di piaceri che nella forma e nella sostanza sono vicini all'estetica costruttivista, dove però le sovrapposizione rigorose e bidimensionali cedono il campo alla compenetrazione dei piani, grazie alla materia, sottile e trasparente, grazie ad un senso compositivo che sa alchemicamente combinare forma e colore in un unicum di forte impatto visivo ed emotivo.
Frecce: Hommage à Perre Restany: Annamaria Russo ha incontrato solo una volta Pierre Restany, ma è rimasta colpita dai suoi scritti e dal pensiero indagatore, dalla capacità unica di entrare nei problemi sollevati dall'arte e dall'esistenza. Per questo la freccia si fa emblema di acume, di acuta indagine che non intende fermarsi in superficie, sulla pelle delle cose, ma andare dentro, sotto, là dove forse si annullano postulati e dogmi, ma dove ribolle la vita nella sua dimensione più vera e inspiegabile.
Le frecce "indicano". Segnalano i disagi, i problemi, scandiscono spazi e tempi. Il concetto di tempo è leit motiv nella poetica della Russo. Il suo rapporto con il passato si estrinseca nel desiderio di riprodurre, con mano felice e moderno intuito coloristico, particolari antichi, come quelli di Stabiae. È come se la reiterazione di forme lontane, seppur ricontestualizzate nella contemporaneità, consentano all'uomo di essere padrone della propria cultura e delle proprie origini, della storia che pare si stia sbiadendo, diluita in un patrimonio genetico divenuto precario e manipolabile.