ANNAMARIA RUSSO ANTROPOLOGIA DI UNA VOCAZIONE

Sandra Pinto


Alle origini
Nata in uno di luoghi più preservati del nostro paese ancora all'indomani della seconda guerra mondiale, il Sannio, Annamaria Russo ha creduto per istinto da bambina nel modello culturale da questo rappresentato, ma non per ripetere, "copiare", il modo dei suoi genitori, nelle attività di riferimento, bensì per rappresentarne i principi ideali nel metalinguaggio dell'arte. Da piccola disegna il lavatoio dove la mamma porta i panni a lavare: piuttosto che imitarla nella pratica preferisce darne testimonianza.
Più tardi rifiuta di imparare da sarta e pretende che le si consenta di seguire una via più impegnativa per tener fede all'intimo bisogno di far emergere attraverso il medium artistico i significati più alti e profondi del lavoro umano.

L'educazione artistica
La scuola d'arte a Napoli è il primo sbocco dell'entusiasmo prorompente di AM. La mette di fronte ai grandi artisti del passato nel modo giusto, all'interno del tessuto storico che ne mostra il contributo sostanziale, continuamente modificato, rinnovato nel tempo. E il tempo allora presente (gli anni sessanta) è per di più tra i più vivaci, curiosi, sperimentali, per l'arte del secolo XX in Italia, Napoli nelle prime file. Va sottolineata inoltre la fortuna di avere avuto docenti come Ciarrocchi e Capogrossi che hanno saputo farle comprendere l'imprescindibilità della buona pratica. Tutte le infinite materie, vicende, modalità dell'ininterrotta sperimentazione di AM dichiarano la sua naturale aderenza a tale principio e gli esempi non si contano: dalla carta al perspex, dall'incisione al mosaico, dalla ceramica al mobile...

 

 

 

 

 

Educarsi per educare
Su questi pilastri (esempi storici, contemporanei, e buona pratica) AM ha costruito il suo ruolo civico, aggiungendovi coerenza, costanza, dedizione al proprio imperativo artistico e alla propria coscienza sociale.
Ha educato i più giovani (se riflettessimo sempre sul significato profondo delle parole, quanto potrebbe riuscire più valida di una semplice meccanica scolastica "l'educazione artistica" della scuola primaria!) per trentacinque anni. Lo ha fatto nell'unico modo in cui l'insegnamento è trasmissibile e fecondo: attraverso la ricerca, facendo della pratica artistica uno strumento di conoscenza e di trasmissione di questa. Terminato l'insegnamento AM ha rimesso in gioco la ricerca operativa con un nuovo strumento, il volontariato: naturalmente in un museo dedicato al contemporaneo, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna alla sua riapertura alla fine degli anni novanta dello scorso secolo.

A questo punto del percorso
Ogni lavoro di AM non è che un frammento della sua ininterrotta ricerca del "totale". Una ricerca che, per comprendere, formulare e rappresentare il pensiero in immagine richiede ogni volta percorsi diversi di attraversamento dei labirinti del linguaggio visivo. "È stato fatto tutto" (sottinteso"in arte") dice lei, e l'esplorazione di quel tutto è "la vita d'arte" di AM: ne è testimone in persona, nei luoghi (casa, laboratori, Suv!) che la ospitano mentre lavora e dove abita il suo sterminato lavoro, dai primi frutti ai più recenti, tutti ugualmente a lei necessari per guidarla alla meta, tutti tenuti per sé, per ritrovare in ogni momento la direzione della propria strada. Tutti, fatte salve le committenze specifiche, eccezioni che confermano la regola di AM: nient'altro che desiderio di comunicare col pubblico - idealmente tutto. Secondariamente e come utente singolo - sempre più da vicino, sempre più in corrispondenza. Immagini, tecniche, materie, reminiscenze visive, tutti elementi linguistici equivalenti ad alfabeti, vocaboli, lessici, grammatiche e sintassi, esprimono e diffondono così, entusiasticamente, a profusione, il credo di AM: l'amour de l'art.


TRA PENSARE E FARE, TRA FARE E RI-CREARE. IL MODO DI ESSERE ARTISTA DI ANNAMARIA RUSSO.

Mariastella Margozzi

In un'estate incipiente e già estremamente calda di circa un anno fa, Annamaria viene a trovarmi in Galleria nazionale e mi chiede di andare a vedere le sue ultime opere, pronte per una mostra, che trasporta tutte insieme nella sua auto, un Suv nero. Come, te le porti tutte dietro? Si, devo fare una selezione per la mostra; vorrei un tuo parere. Ero un po'scettica sul come si potesse fare una scelta così su due piedi e non sapevo ancora che dentro il portabagagli di quell'auto c'erano un centinaio di "cerchi", le ultime opere concepite da Annamaria. Come sempre, con il tatto che le è proprio e con la determinazione che le è altrettanto propria comincia a stendere sull'asfalto del piccolo vialetto, uno sull'altro, i cento dischi variopinti, fatti di ritagli di plastica adesivi, circa un metro di diametro ognuno. E giù via, la serie dei gialli, forse dieci pezzi, con la dominante del colore giallo, la serie degli azzurri, altri dieci, quella dei rossi e ancora quella dei verdi, i marrone, i viola, i bianchi. Quanti colori, quante combinazioni di forme in una volta sola! Le chiedo se in mostra saranno immobili o ruoteranno e lei mi guarda: già ruotano, mi dice con lo sguardo. E sì, non ho razionalizzato, eppure ho già metabolizzato la loro rotazione virtuale nella mia retina e nella mia coscienza. Quel messaggio "in codice" mi fa comprendere che, in effetti, la scelta non la si può fare che così, d'istinto, selezionando non tanto una particolare combinazione di ritagli per le sue tonalità cromatiche o per le sue forme, bensì per l'emozione che istantaneamente ti comunica. Colore e forma sono, infatti, quello che arriva a chi osserva, la dose di pathos o di allegria, di dubbio o di panico che ogni opera in sé custodisce e veicola. Altro sistema non c'è, non ci può essere, perché una scelta ragionata porterebbe inevitabilmente a una esclusione di dischi, a una sorta di 'accantonamento" di quelli che, se non scelti, per forza di cose sembrerebbero rifiutati perché più brutti o meno belli. Invece, la scelta deve seguire un altro criterio, quello dell'empatia immediata, quello che non esclude, ma sottrae, che porta alla "decantazione" di alcune delle immagini fra tutte. In questa fase ne abbiamo scelte trenta, ma sono sicura che dieci minuti dopo ne avremmo scelte delle altre. Non c'è il bello e il meno bello, infatti, nei dischi di Annamaria; né il meglio o il peggio riuscito. C'è un continuum, un percorso creativo che imprime un andamento vorticistico e, direi, eterno a ogni disco e a tutta la serie dei dischi da lei concepiti. Velocemente avevamo scaricato dal Suv dischi, velocemente li abbiamo scelti, velocemente li abbiamo ricaricati nel portabagagli, divisi: quelli "scelti", quelli "salvati". E si, perché sono sicura che Annamaria fosse soddisfatta non tanto dei trenta destinati all'esposizione, quanto degli altri che tornavano nel suo studio, in attesa di altre scelte, di altri osservatori. Il rapporto di Annamaria con le sue opere è, infatti, di tale amore da rendere impossibile un distacco definitivo. È ammessa la condivisione, ma non la "cessione" definitiva. Ciò fa parte del suo modo di fare arte, totalmente al femminile. Un artista uomo una volta creata la sua opera lascia che essa sia presa da altri, riesce perfino ad abbandonarne il ricordo, oppure a conservarne memoria scritta, ratificata, avendola ceduta subito alla fruizione e anche al commercio. Un'artista donna, Annamaria, crea in maniera generosa per il grande conforto che le dà riempire di sé il mondo, delle sue esperienze, dei suoi saperi attraverso ciò che sa fare, dipingere, tagliare il perspex, le materie plastiche, modellare terre; ma nello stesso tempo quelle sue creazioni rimarranno sempre sue, unite a lei da un invisibile eppure solido cordone ombellicale. Tutta la sua esperienza artistica, quarant'anni di dedizione a ogni forma del fare arte, è una continua prova di mobilità, di tensione, di sfide con le

materie e non si può certo dire che qualche volta ci sia stata una pausa di inattività o una crisi di stanchezza nella sua produzione.
Dalle sabbie colorate con le quali dava vita ai paesaggi e alle nature morte degli anni settanta, alla lunga elaborazione dei materiali plastici che ha contrassegnato gli ultimi decenni, ai piatti dipinti di pochi anni fa, ai dischi più recenti, la ricerca estetica di Annamaria non ha conosciuto soluzione di continuità.
Ripercorrere esperienze "alte", il futurismo di Balla, il segno di Capogrossi, il tonalismo romano, il fenomeno cinetico-visuale, non solo con la conoscenza ma anche con le proprie mani è stato via via l'obiettivo di Annamaria. Di questi prestigiosi precursori non tanto l'hanno interessata i risultati raggiunti quanto piuttosto il lavoro fatto per raggiungerli. Ed ecco che di Balla vuole catturare la capacità di inventare le forme significanti, di Capogrossi il modo di ritagliare le sue sagome, del tonalismo l'attrae la capacità dei colori di entrare in relazione tonale. Dei cinetici, infine, non la interessano né il movimento né la luce, bensì l'uso dei materiali plastici, le combinazioni di trasparenze colorate e di forme, la costruzione di "oggetti" artistci, anche se le sue opere sono antitetiche al razionale e al funzionale, essendo concepite rigorosamente in maniera progettuale.
Già le frecce e le torri, mi sembra, consumano figurativamente tutte queste esperienze culturali dell'artista e le traducono in una poetica che le rielabora all'interno di un linguaggio personalissimo, nel quale in evidenza è soprattutto l'uso delle materie di "scarto" della fabbricazione di materiali plastici.
Dai colori impastati con la sabbia che, tono accanto a tono, tessevano l'ordito dei suoi paesaggi giovanili agli assemblaggi di perspex colorati, traforati e tagliati, ai collages di plastiche adesive realizzati su piani circolari mi sembra di poter cogliere una costante evoluzione della sua lettura del mondo che la circonda.
Il paesaggio che ha caratterizzato la sua giovinezza, del quale ha tradotto l'umore fatto di luce, di profumi, di esperienze tattili, si trasforma nel paesaggio del suo essere adulta, moderno e asettico come le plastiche che lo rappresentano, elementi per loro natura refrattari alla poesia, ma che forzati dai tagli dell'artista, dalle traforature, dagli assemblaggi improbabili con cui sono composti giungono a recitare anch'essi dei versi poetici. Infine, Annamaria ritorna al cerchio, misura perfetta che contiene e addomestica tutte le altre e che nello stesso tempo sintetizza il movimento. E di nuovo il suo atto creativo si sostanzia in un paesaggio, questa volta spiritualee quindi eternamente mobile, geografia dell'inconscio che affiora, con l'automatismo controllato del taglio e della scelta dei colori, e propone al mondo il suo messaggio di equilibrio interiore.


ANNAMARIA RUSSO ALL'ARCHIVIO DI STATO DI BARI: PRESENZE

Alberta Campitelli

Lungo tutta la sua carriera Annamaria Russo non ha mai smesso di mettersi in giuoco, di rinnovarsi, di sperimentare. Nel corso degli anni ha adottato diverse tecniche e nuovi linguaggi, inventato temi e osato accostamenti arditi di colori.
È passata dalle prime opere caratterizzate dall'uso delle terre, ai collage, ai pastelli, alle ceramiche, fino agli attuali assemblaggi di frammenti di plexiglas, materiali di scarto, spesso destinati alle discariche ai quali ha saputo dare nuova vita creando forme originali con inediti accostamenti. È passata dai paesaggi caldi e aridi delle sue terre d'origine alle astrazioni più ardite, con colori in contrapposizione a volte stridente e la cui varietà è accentuata nelle sue "ruote", composizioni pensate in movimento, per offrire allo spettatore sempre nuovi punti di vista e che lo pongono in una posizione interattiva rispetto all'opera. La sua infaticabile attività segue però un filo conduttore, quello dell'amore per la materia in tutti i suoi aspetti, che sa manipolare con sapienza e abilità artigiana, traendone armonie di forme e di colori. I suoi temi invece hanno origine dalle molteplici realtà con le quali ogni giorno si confronta: dai paesaggi alle rivisitazioni di opere dell'arte classica fino alle astrazioni delle composizioni di frammenti geometrici. È il suo modo di assorbire gli stimoli che le pervengono dalla realtà circostante che, rielaborati, sa poi riversare nelle sue opere. Questa mostra, con una carrellata di opere in uno spazio suggestivo, ci offre la possibilità di leggere il punto di arrivo odierno di un percorso in continua evoluzione, una tappa nella ricerca incessante di Annamaria che testimonia la sua capacità di affascinarci nel caleidoscopio di forme e colori così sapientemente assemblato. 

ASTRAZIONE - CREAZIONE: CALEIDOSCOPIO DELL'ARTE. "VIS" INVENTIVA DI ANNAMARIA RUSSO

Marcella Cossu

Per chi come me segue da anni le inesauribili "imprese" astratte di un personaggio eclettico e fuori dagli schemi come Annamaria Russo dovrebbe essere ormai acquisito il suo molteplice linguaggio d'espressione artistica che, nell'ultima produzione ceramica va dalla pirotecnia, tutta meridionale, di certi "fuochi" di colore, sparati a spruzzo, a getto, a razzo, sulla superficie circolare di un piatto, in un'estasi di fervore neo-nucleare, a una pittura densa, pesante, dai trapassi lenti, agglutinante come un liquido catramoso che, nell'assecondare d'obbligo la curvatura di superficie, stia piuttosto dando l'impressione di virare al fluido. O ancora, inaspettatamente, l'artista ritrova, in alcune composizioni ceramiche che ricordano addirittura la produzione vascolare tradizionale di luoghi precisi d'Italia, come Grottaglie o Altamura, il grafismo e l'euritmia di una decorazione classica reinterpretata con l'esuberante sintesi gestuale di chi ha varcato e assimilato ad abundantiam le colonne d'Ercole del ventesimo secolo, e guarda con inattaccabile vitalità alla storia infinita dell'evoluzione poetica ed estetica. Di certo, con Annamaria, spirito libero, risulta estremamente difficile tornare col pensiero alla "morte dell'arte"... il colore incalza e travolge, e la forma pure.
Allo stesso modo, ogni volta sbalordisco nel constatare l'evoluzione costante degli altri suoi "generi" prediletti e inconfondibili, figli, ognuno così diverso e irripetibile, della sua numerosa e in uguale modo amata "famiglia". Ecco allora i "collage", composizioni astratte circolari come i piatti in ceramica, costituite dal sovrapporsi e contrapporsi di sagome e fiamme vive di colore à plat, dirompenti quasi come il Balla primo-futurista; ecco le sculture in plexiglas, forse l'aspetto più coinvolgente, a mio vedere, della produzione più recente. Sono spesso piattaforme galleggianti, microcosmi in scala, che se solo potessero per magia essere ingranditi, come in Gulliver, darebbero vita alle Città Invisibili di Italo Calvino, agglomerati di architetture trasparenti e avveniristiche, un occhio al futurismo e uno al suprematismo la citazione dell'avanguardia storica è presente financo nel discreto, quasi sfuggente, e tuttavia visibile, skyscraper di "ricciolo" e squadra del De Chirico metafisico.
Annamaria Russo: la felice e continua reinvenzione dell'arte.

LE STRUTTURE SPAZIALI DI ANNAMARIA RUSSO

Maria Selene Sconci

Ancora una mostra di Annamaria Russo. Ancora un intero repertorio creativo fissato in intense policromie racchiuse in spazi circolari; proiezioni mature di un'artista vigorosa, impegnata quotidianamente nella spericolata scommessa esistenziale tesa verso la ricerca della forma ideale. Ancora una volta l'artista ha scardinato i confini dell'universo dato ed ha ridotto il proprio mondo figurativo entro spazi circolari pronti ad accogliere armonicamente i messaggi primari che le sono cari: la Bellezza, il Senso Estetico, la Vita, i Valori Umani.
Nella Mostra "Presenze" il linguaggio maturo dell'artista si estrinseca in un segno pittorico potente affidato con padronanza assoluta anche alla ceramica, fino a realizzare installazioni ambientali imponenti e ricche di suggestioni.
L'artista affronta il problema della creazione di uno spazio totale e lo risolve con un rinnovato interesse per le forme teatrali, quasi fondali simbolici che si presentano come spazi estetici totali, pronti a"risucchiare"lo spettatore, a coinvolgerlo in un dialogo intenso e travolgente.
La forza della comunicazione di Annamaria si basa sull'intenzione di sollecitare i destinatari delle sue opere a diventare, da spettatori ad attori dell'evento artistico. Le sue "Strutture Spaziali" si distaccano dalla parete, occupano lo spazio, si impongono con forza fino a diventare'icone di una serenità terrestre impossibile da raggiungere, ma comunque desiderata e ricercata con ostinazione espressiva".
L'artista non si limita a duplicare la realtà e gli elementi che la costituiscono ma costruisce, con gli strumenti ed i procedimenti tradizionali della manualità artigianale, una serie di oggetti che si presentano, nel loro insieme, come una sorta di repertorio di immagini in cui vengono rinominate le parole-chiave dell'esistenza morale. Crea dei veri e propri "Oggetti Iconici" dotati di una marcata carica simbolica in grado di riscattare la logola iconografia corrente mediante un linguaggio figurativo incentrato sul movimento, virtuale o reale che sia.

IL CERCHIO E IL SENSO

Cristina Trivellin

Annamaria Russo vanta un percorso artistico che abbraccia vari linguaggi espressivi; si confronta con l'antico così come dialoga con la contemporaneità, non perdendo mai la sua peculiare cifra, radicata nel fare quotidiano, con dedizione rispettosa e rituale alla pratica artistica. Il mosaico, il collage, l'assemblaggio di materiali plastici di recupero, le ceramiche dipinte, obbediscono tutte alla stessa logica sottesa, una singolare coerenza che la Russo riflette nel suo lavoro. Il cerchio sembra essere motivo dominante: forma perfetta, microcosmo all'interno del quale tutto può accadere.
A guardarli nel loro insieme i piatti dipinti sono come piccoli mondi immaginari, con un loro linguaggio, un loro alfabeto e una vita propria. Pennellate, accenni di colore raggrumato, percorsi cromatici talvolta forti oppure delicati, appena solcati da segni, punti e graffi che paiono mossi da un'energia interna. Qualche spazio resta bianco, quasi come un respiro che lascia intravvedere che il senso non si risolve tutto lì, in superficie, ma emerge da una sottile dialettica con lo sfondo, il non detto, il non disegnato. Movimenti circolari, spiraliformi che conferiscono alle opere un particolare dinamismo. Ancor più convincente è il discorso dei grandi dischi al quali la Russo aggiunge il movimento, che enfatizza quello intrinseco. È un'operazione trasgressiva, quella del collage: ha affascinato molti artisti del secolo scorso, dai cubisti ai surrealisti, fino ad arrivare a tutte le declinazioni di tale pratica sperimentate in epoca Pop. L'uso che ne fa Annamaria Russo è fortemente poetico: l'artista decostruisce, smonta una consistenza e la ricrea, concretamente, brano dopo brano, significato dopo significato, giungendo alla rappresentazione di un microcosmo nuovo, aperto e colorato. Forme che si compenetrano e si sovrappongono liberamente, linee che dialogano in libero fluire. Il grande orologio è un'ennesima sfida alle abitudini percettive. Tempo-spazio, parola-gesti. Se potessimo fermare un solo secondo dell'incedere di ognuno, forse potremmo vedere proprio questo come simbolo della complessità dell'esistenza. Il rosso, il nero, il bianco: la vita, la morte, l'eternità. Lettere e parole in movimento. Le lancette lasciano spazio a mille direzioni, frecce, linee sparse. I numeri cedono al tempo della creazione artistica, al tempo della fuga dalle convenzioni e dai meccanismi imposti. L'artista crede, vive e lavora dentro questa logica senza restrizioni, con una fede incrollabile e una determinazione rara. É il tempo dell'arte a regalare all'umanità quel senso di eterno che da sempre cerca.

RAFFINATE DECORAZIONI BARBARICHE. IL TEMPO E IL FUOCO

Fabiana Mendia

L'osservazione, lo studio, il disegno e l'ammirazione dei piatti di ceramica di Annamaria Russo svelano l'abile uso del tornio, il rifarsi a un repertorio di simboli fantastici, belle proporzioni, tratteggi ed elementi naturalistici stilizzati, che spiegano il passaggio del tempo e toccano l'anima, ma lasciano sempre qualcosa da scoprire, svelando gradualmente la fonte primaria della "bellezza", attinta dall'istruzione della Natura e non dall'imitazione. Nel suo lavoro è evidente il richiamo alle ceramiche medievali italiane del centro-sud, all'attenta osservazione delle tecniche antiche come le invetriature trasparenti rese con cottura a sale. Inoltre, le decorazioni rielaborano i fondi a graticcio, gli elementi vegetali e circolari, le decorazioni a rilievo, a bande parallele, concentriche; ma, fondamentalmente, l'artista cerca di mantenere l'individualità, creando con segni, elementi a cordonatura, motivi vagamente epigrafici, che sembrano essersi liberati dalla regolarità e dalla irregolarità, superfici e diametri che sviluppano moti vorticosi, centripeti, dinamici, ipnotici, panici. 
Le qualità di astrazione degli esemplari creati dalla Russo corrispondono, a volte, all'esigenze proprie di un'estetica essenzialmente decorativa, dove è essenziale il rifiuto dell'arte imitatrice della natura e che richiama le tecniche della ceramica islamica che permette di sperimentare tecniche diverse, che si avvicinano alla pittura a lustro irachena, piuttosto che alla "faience" egiziana. La conoscenza del patrimonio artistico orientale e occidentale (in particolare ispano-moresco) ha condotto Annamaria Russo ad affermare con tale fecondità di invenzioni, rielaborando e facendo proprie con potenza di fantasia le suggestioni di culture ricchissime, che da civiltà remotissime spaziano fino alle più moderne tecnologie. Ed è veramente strabiliante come da questi esempi, riferibili all'arcaismo greco, o barbarico, o di un medioevo feudale rivisitato, nasca un mondo di segni del tutto nuovo che coinvolge e impegna la problematica più viva dell'espressione artistica.

IL CONTINUO DIVENIRE DI ANNAMARIA RUSSO

Rosanna Fumai

Seguo con interesse da diversi anni il percorso artistico di Annamaria Russo e ogni volta che mi trovo davanti ad un suo nuovo lavoro mi scopro a sorprendermi ancora. Annamaria infatti, vulcanica e instancabile, si adopera energicamente da qualche decennio a riportare su tela, carta, ceramica, plexiglass ed ogni tipo di materiale le sue infinite idee sull'arte e sulla vita. Capace di attingere alla nostra ricca tradizione figurativa, pur rivendicando sempre una indiscussa libertà stilistica, guardando le sue opere, dal figurativo all'informale, non si può non riconoscere la coerenza e l'autentica elaborazione di un linguaggio teso ad accentuare sempre più il colore e la materia come suoi elementi distintivi. La delicata interiorità e l'enorme forza vitale che la animano, ne fanno un'artista a tutto tondo, fervida e coinvolta. Impegnata anche nel sociale, la Russo non poteva non partecipare all'entusiasmo collettivo per i 150 dell'Unità d'Italia. Tra le opere in mostra, infatti, spicca l'installazione Tricolore, composta da tre dischi di collage in plexiglass girevoli e interattivi, che ben rappresentano questo suo desiderio di partecipare attivamente al corso della storia, lasciando un proprio personale contributo. Ma la mostra Presenze è soprattutto una occasione per ammirare la sua recente produzione. I piatti in ceramica, materici ed incisivi, ed i dischi circolari fatti di collage sono testimoni delle sue ultime fatiche, dove il colore è padrone assoluto. Nonostante sia chiaro il riferimento alla forma perfetta per antonomasia, si tratta sempre di figurazioni inedite ed eleganti, possenti e silenziose ma mai mute, figlie al contempo dell'armonia e delle inquietudini dell'artista. Il linguaggio della Russo è ormai maturo, deciso, senza ripensamenti. Consapevole d'essere capace di scritture ad alta tensione pittorica che invitano a superare la realtà contingente attraverso l'immagine che, divenuta per lo più astratta, è ormai in grado di restituire all'uomo la sua dimensione soprannaturale. L'accostamento dei colori, talvolta puri ed esplosivi, ci attrae dentro i suoi lavori ai quali riconosciamo un indubbio potere ipnotico e disorientante. Le sue opere, in bilico tra l'unico e l'arbitrario, non permettono una identificazione immediata. Infatti Annamaria non è interessata all'introduzione del reale e dell'ordinario nell'arte, quanto al concetto di equivalenza di tutti i mezzi espressivi che è capace di riprodurre con maestria artigianale.
Per la Russo il fine ultimo dell'opera d'arte è la creazione di un immaginario che rappresenti un insieme unico scaturito da viscerali profondità di pensiero.

© Annamaria Russo Aruss. All rights reserved. Powered by Multi Media Hermes.