Avvolgere e immergersi

Rosella Siligato

L'appartenenza ad una cultura è un segno profondo che col tempo lasciamo sfumare dietro di noi, ma è come un filo di Arianna attraverso il quale si può sempre risalire alla radice. Passaggi graduali o nette recisioni fanno parte del percorso.
Fino ad un certo punto Annamaria Russo ha fatto una pittura figurativa e tonale, densa di contenuti affettivi: amore per le persone, per gli oggetti di uso quotidiano, per i paesaggi della sua terra meridionale, a cui si accosta con un abbraccio coinvolgente e con testardo desiderio di possesso. Aderisce al senso concreto delle cose, che rimangono altro da sé, e su queste lavora, pensandone la struttura in termini di spessori e di zone della materia pittorica. Ma la materia non è solo un mezzo espressivo, anch’essa viene coinvolta dall’investimento sessuale, impastata, lavorata, posseduta. La sabbia del «suo» fiume è la materia base dell’impasto a cui mescola la polvere di colore. La tonalità è pronta quando risponde al suo stato emotivo, la densità dell'impasto quando ubbidisce al suo gesto nervoso e trattenuto. L'immagine cresce sintetica insieme al sentimento dell’oggetto, chiusa, raccolta. Una traccia nera e dolorosa serra i colori terragni, cupi. Le nature morte dei suoi inizi, la Stiratrice, l'Impastatrice, la Cucitrice del 1966 sono intrise di profonda malinconia, dell'umiltà dignitosa e del sacrificio muto che si alimentano nella cultura rurale. Tutta l'attenzione è concentrata sulle presenze familiari forti, emergenti come momento esemplare del mondo che rappresentano.
Più tardi, con l'indagine sul tema del paesaggio, si costringe ad altro orizzonte, ad altro rapporto con il mondo. Mentre spariscono lentamente i neri, i colori si illuminano, il celeste predomina, gli spazi si aprono.
Una tela non è più sufficiente a contenere lo spazio, che sconfina senza soluzione al di là dei limiti fisici della superficie. Passa da due a quattro, a sei, a otto tele avvicinabili, ma non necessariamente, in un’unica composizione. Ognuna è autonoma poiché comunque, siano esse una o infinite, lo spazio continua oltre. La pennellata si fa sciolta e ritmica, le rare figure, sempre meno rintracciabili, sono solo una memoria del suo affetto per le cose, un filo che la lega all'ombelico della terra mentre è immersa nell'acqua da cui lascia prendere senza resistenze. Il gesto che corre, trascinando la materia corposa, aggrumata, prende il sopravvento. Il ritmo che si snoda è flusso esistenziale, batte il tempo delle pulsazioni vitali. Il suo investimento panico si estende nello spazio come dimensione dell'essere.

Alberta Campitelli - Roma 17 aprile 1991

Il mio primo incontro con Annamaria Russo risale al 1978: io, dopo aver schedato le emergenze storiche ed archeologiche della X Circoscrizione, ero impegnata a divulgare questa conoscenza con gli abitanti della zona e Annamaria, insegnante in una scuola media, fu pronta e disponibile a recepire questo importante rapporto tra la realtà circostante ed il mondo della scuola. Nei programmi didattici furono inseriti così itinerari alla scoperta di ville romane, acquedotti, torri e casali medioevali che i ragazzi riproponevano nei loro disegni e relazioni. Dopo aver acquisito il dominio della realtà del quartiere gli itinerari si indirizzarono alla ricerca dei tesori della Roma rinascimentale e barocca e di quei rioni storici così diversi, per tipologie edilizie e aspetto, dall'ambiente di Cinecittà in cui i ragazzi vivevano.
L'entusiasmo e la fertile creatività dei ragazzi crescevano nella ricerca di ulteriori strumenti per comunicare ed esprimere questo patrimonio affascinante di scoperte ed Annamaria li stimolava ad uscire dalla scontata abitudine del solito disegno per sperimentare forme espressive nuove. Da questo incontro dei ragazzi di Cinecittà con l'arte e la da storia di Roma e dal loro desiderio di conoscere mezzi e tecniche dell'espressione artistica è nata, in Annamaria, l'idea di portare la sua esperienza di artista all'interno delle aule e di far vivere un'esperienza nuova.
Con la grande disponibilità del Preside e dei responsabili della Circoscrizione è stata così organizzata la «Mostraincontro» una esposizione dei quadri di Annamaria nell'atrio della scuola, con i ragazzi coinvolti in prima persona nell'allestimento e nella spiegazione ai visitatori del significato e della tecnica di quelle opere.
Così una scuola di periferia è diventata, per un po', una galleria d'arte, seppure con un pubblico molto particolare, con una partecipazione incredibile e con un interesse davvero inaspettato.
Già conoscevo ed apprezzavo le doti di pittrice di Annamaria ma, in quella occasione, ho capito che per lei dipingere era essenzialmente una ricerca di comunicazione, di contatto con gli altri, nella sua dimensione di vita così spontanea ed aperta. Allora il suo contagioso entusiasmo ha coinvolto tutti ed anche oggi il suo impegno artistico, divenuto man mano più meditato e rigoroso, continua ad esercitare una grande trazione per la carica vitale che trasmette.
L'impatto con queste opere, così vive e concrete, così legate ad una realtà lontana che con amore e tenacia Annamaria evoca e ripropone, è carico di emozioni: il colore delle terre, così caldo e denso, i cieli pastosi, i paesi abbarbicati e quasi fusi con gli elementi naturali, compongono scene pacate e serene, paesaggi senza tempo in cui perdersi. La tecnica di Annamaria, sempre basata sull'uso materico dei colori, si è affinata negli anni acquisendo fluidità e sicurezza e le sue ultime opere seppur sempre legate con coerenza all'ispirazione iniziale, rivelano una maturità e padronanza che le consentono di cimentarsi con moduli compositivi autonomi e nello stesso tempo parte di un insieme più complesso e di vasto respiro, con risultati di grande effetto visivo e dalle armoniche combinazioni cromatiche.


Antologia critica

«Ma i dipinti di Annamaria Russo non sono "proteste" contro la società o "urli" dell'inconscio. Sono approfondimenti di una realtà non provvisoria, rivelata con mezzi espressivi non di moda, legati ad un antico linguaggio italiano».

Piero Girace
1965


« Una pittura di tonalità non ottenuta mediante velature e trasparenze (cose delle quali Annamaria Russo, pittrice di spatola, è lontanissima) ma nata tal quale perché fondata su tre o quattro valori al massimo della medesima scala cromatica, senza interventi di "fondamentali" diversi da quello "chiave": un colore da sottobosco, terragno, basso ma succoso di humus agreste».

Antonio Videtta
1969


«Ed è proprio in questa unità natura morta-paesaggio-ritratto che i quadri della Russo riescono a trovare un equilibrio e riescono ad essere antichi e moderni insieme, anche per il personalissimo uso e scelta dei materiali e delle tecniche. Equilibrio formale che sul piano estetico trova verifica nell'incontro tra una naîveté di superficie ma autentica (come è sempre quella di chi presceglie tecniche e materiali al di fuori dei canali  ufficializzati) ed una sapienza e saggezza di fondo che spendono senza parsimonia la poesia di una lunga e trasmessa tradizione popolare di humanitas».

Bruno Cagli
1975


«Plasmare la materia ha per Annamaria Russo il sapore di una incessante ricerca di un dato naturale ancestrale e di conseguenza autentico e incorrotto. È il tentativo di stabilire un rapporto esistenzial con le cose e gli uomini che va al di là di tutte le sovrastrutture e incrostazioni. Che sia paesaggio o volto, natura morta o natura «viva», è un'ambiziosa volontà di definizione unitaria della vita quella che muove innanzitutto l'ispirazione della nostra pittrice».

Italo Carlo Sesti
1977


«Nella ricerca pittorica di Annamaria Russo aleggia lo spirito di Van Gogh».

Guido Le Noci
1980

«Per segrete affinità elettive, reca fortemente impresso, nel suo mondo di "ombre" l'insegnamento di Giorgio Morandi. Lo stesso corale "cercarsi" degli oggetti, per difendersi dalla realtà esterna, dalla paura. Marrone e beige, blu di Prussia e azzurro ghiaccio, bianco e sabbia. Pittura che è musica, nelle gradualità e nell'accostamento dei toni che, nell'ambito della stessa tela, ruotano sempre su due, tre colori base».

Grazia di Lago
1980


«Il contenuto al di là delle immagini è abbastanza esplicito, tutto sembra convergere in una tematica di fondo imperniata sull'uomo: l'uomo con il suo ambiente, l'uomo con le sue incertezze e le sue speranze, ma soprattutto l'uomo che vive la sua realtà ogni giorno fatta di piccole gioie, ma anche percorsa da tante frustrazioni e sofferenze. Ecco la dimensione intima dei ritratti esposti, volti patetici e assorti, segnati forse più che dall'età dal dolore e dal lavoro».

Mario D'Onofrio
1984


«Gli spessori della materia cromatica creano certamente una qual solidità plastica nella rappresentazione e lo sapeva bene, ad esempio, Mancini quando aggrumava i suoi neri nella ricca gonna di velluto della Signora Pantaleoni della Galleria Nazionale di Roma; ma qui si tratta d'un processo che investe la totalità della composizione, poiché la pittrice sembra voler rappresentare più per forza di piani reali che per finzioni prospettiche, proprio come avviene quando si realizza un bassorilievo; e così certe sottolineature di neri assumono vera e propria consistenza di ombre naturali. Tale è l'impressione appunto, che si trae da un dipinto, come questo Ritratto di vecchia, che istintivamente ho definito modello per una medaglia».

Jacopo Recupero
1984


«Un'esperienza che insistita sul grumo materico inserito nella stesura, si offre con la tensione di un racconto evocativo espressamente irruento».

Vito Apuleo
1988


«Riconoscere le forme, la consistenza, l'organicità distensiva della natura, sfiorando, premendo, usandone gli oggetti. È così che i suoi interessi sensoriali si traducono in pittura. Ciò che importa per lei è, infatti, la materia e il suo spessore, a volte stratificato, della sabbia, che lei stessa dice di aver raccolto e sulla quale vuole provocare mutamenti. Trasformazioni di cose che divengono emozioni. C'è da chiedersi fino a che punto il legame, ancor oggi assai forte, con le proprie origini, in luoghi che tramandano conoscenze antiche e immutabili, abbia sul suo lavoro un esito significativo».

Letizia Triches
1988

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