Letizia TRICHES
Dei sensi è il tatto che per Annamaria Russo si fa canale attraverso cui stabilire una possibilità di conoscenza con la realtà, cogliendone contemporaneamente le dimensioni di interno ed esterno. Riconoscere le forme, la consistenza, l'organicità distensiva della natura, sfiorando, premendo, usandone gli oggetti.
È così che i suoi interessi sensoriali si traducono in pittura. Ciò che importa per lei è, infatti, la materia e il suo spessore, a volte stratificato, della sabbia, che lei stessa dice di aver raccolto e sulla quale vuole provocare mutamenti.
Trasformazioni di cose che divengono emozioni.
C'è da chiedersi fino a che punto il legame, ancor oggi assai forte, con le proprie origini, in luoghi che tramandano conoscenze antiche e immutabili, abbia sul suo lavoro un esito significativo.
Più che nei fatti operativi, l'influenza che su di lei gioca il territorio da cui nasce lo vedrei in una certa attitudine misurata, onesta, troppo solitaria, per desiderare di inquadrarsi in un gruppo, ma animata da una gentile gioia di vivere.
Annamaria Russo si muove in questa realtà e non vuole uscirne. Nature morte, paesaggi, qualche ritratto, sottintendono per lei la felice libertà di copiare dal vero, facendole scoprire come sia possibile interpretare ancora la natura. La sua anima di autodidatta, desiderosa di avventure operative, dichiara una vivacità popolare nell'azione del dipingere che, sola, le offre la sensazione di riuscire a liberare i propri pensieri. Questo spiega in parte come mai nei suoi lavori l'analisi formale sia più prossima a una comunicazione visiva spontanea che a un Giocando con una materia spessa e grumosa, colorata di toni profondi che trattengono prigioniera la luce e che solo a tratti fanno scivolare fuori un barlume prezioso, la Russo, inizialmente, ha spinto i soggetti delle sue nature morte o dei suoi paesaggi e amalgamarsi fra loro, ma sempre un isolamento dal fondo. Gradualmente, poi, la materia ha invaso anche il «fondo», mentre gli stessi soggetti, in uno scambio dialettico, hanno confuso le proprie caratteristiche organolettiche.
Gli ultimi paesaggi (1988), mostrano uno spazio invaso quasi totalmente, ma frantumato in porzioni di geometrie regolari. È per un'esigenza di nuove apparenze che la Russo attualmente segue questo processo, anche se il suo punto di partenza resta sempre una visione originaria, legata ad un contesto reale.
L'immagine pittorica, pertanto, non risulta da un processo di aggregazione formale, che conduce ai frammenti geometrici, ma nasce nella sua interezza, percepita prima in un'intuizione globale, quindi a fuoco nei suoi particolari.
Quindi il suo iniziale naturalismo, increspato da echi espressionisti, si apre oggi a più ampie sollecitazioni.
Bruno CAGLI
Destinata a scoprire quella che fu aulicamente chiamata «la poesia degli oggetti» e svelare la vita segreta che palpita nella fissità dell'attimo, la natura morta, genere nobile, fu strettamente imparentata con il paesaggio. È anzi, comunemente usato e tradizionalmente, il paesaggio degli oggetti non-naturali o tagliati fuori dalla vita naturale, come il fiore reciso, il frutto tolto dall'albero, il pesce estratto dall'acqua. La connessione tra natura morta e paesaggio mi pare evidente nella pittura di Annamaria Russo dove i paesaggi conservano unità di ispirazione con le nature morte, siano esse composte con vasi di fiori dalla festosità ingannevole o siano invece composte da oggetti dalla presenza minacciosa come pendole e antichi orologi, che parlano di antichi affastellamenti. Il materiale stesso usato dalla Russo, qui come nei paesaggi, dà ai quadri una fissità ed una stratificazione che la dicono lunga sui legami con la tradizione contadina e sui rapporti ancestrali con un mondo con il quale non si è cessato del tutto di far i conti (probabilmente per fortuna) o che forse si è voluto accantonare pagando un prezzo troppo alto. La natura della Russo è comunque una natura morta per opera di un maleficio o di una colpa della quale finiscono per chiedere riscatto e rinascita anche i suoi personaggi, contadini, vecchie e giovani donne che in questa pittura invocano lo stesso diritto alla riconquista di un ordine naturale infranto definitivamente dall'uomo del novecento ed in realtà (ed in questo ancora la pittura della Russo conserva legami ancestrali) per via di una lunghissima serie di soprusi e prevaricazioni. Ed è proprio in questa unità natura morta-paesaggio-ritratto che i quadri della Russo riescono a trovare un equilibrio e riescono ad essere antichi e moderni insieme, anche per il personalissimo uso e scelta dei materiali e delle tecniche. Equilibrio formale che sul piano estetico trova verifica nell'incontro tra una naîveté di superficie ma autentica (come è sempre quella di chi presceglie tecniche e materiali al di fuori dei canali ufficializzati) ed una sapienza e saggezza di fondo che spendono senza parsimonia la poesia di una lunga e trasmessa tradizione popolare di humanitas.