Eugenio La Rocca - Il Sovraintendente BB.CC.
II Museo Barracco e la sua straordinaria collezione archeologica fanno da preziosa cornice alla personale di Annamaria Russo "Colore e disegno. Antico e moderno.".
In mostra una significativa selezione della produzione della pittrice contraddistinta dalla continua ricerca "di una identità simbolica tra contenuto e forma": l'attaccamento alla materia, la sua manipolazione assumono nei lavori dell'artista una lenza simbolica, interattiva, e raggiungono nelle Ruote la loro massima espressione.
"L'incontro" con la Raccolta Barracco genera nella Russo emozioni profonde che ci vengono trasmesse dai disegni e dalle incisioni ispirati alle sculture che il barone Barracco, politico, intellettuale ed illuminato collezionista dell'Italia post-unitaria, acquistò, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, sul mercato antiquario romano ed europeo con il preciso fine di lasciare alla collettività una Collezione attraverso la quale illustrare il processo artistico che nel corso di alcuni millenni aveva portato la civiltà greca a raggiungere quella "perfezione" formale grazie alla quale divenne "l'eredità dell'intera umanità".
In quest'ultima produzione dell'artista passato e presente non sono più mondi a se stanti, ma interagiscono ed il fenomeno artistico ancora una volta "apre la strada alla dinamica scoperta che continua nel tempo e crea la storia".
Mario Ursino
Di Annamaria Russo è ben nota la vasta produzione di opere nelle quali ha trasfuso un indimenticabile sentimento della natura che viene a coagulare in quei grummi di sabbia e colore che ritmano la sua tela in un perenne divenire. Si tratta del continuo esistenziale, tipico elemento dell'astrattismo italiano degli anni Cinquanta che annovera tra i suoi maestri Capogrossi, Sanfilippo, Tancredi, l'Accardi (di puro segno), dei naturalisti Moreni, Morlotti, Mandelli (di pura materia). E se andiamo a guardare certe prime prove della Russo della fine degli anni Sessanta: Casagrande, 1968 e Natura morta e bambola, 1968, vediamo che la materia costituisce l'elemento primario nelle sue composizioni, quasi che l'artista non possa fare a meno di dare evidenza fisica a questi impasti di colore, che risultano sempre accostati con gran gusto tonale (derivati in parte dall'esperienza storica della Scuola Romana), che lei perpetua con ostinato lavoro fino ai dipinti più recenti; in essi i coaguli si infittiscono maggiormente e una brulicante atmosfera di colori che assorbono e riflettono la luce data dal silicio delle sabbie che brillano in maniera uniforme. Così nascono le sue "Ruote" più recenti che potenziano il senso espansivo dell'immagine, annullando il significato orizzontale e la verticalità dell'icona tradizionale, di modo che l'esperienza del continuum dei suoi grumi-colori (v. Ruota blu, 1994) non ha una direzione precisa, né un solo punto di vista. Il naturalismo qui diventa fatto interiore, stato d'animo, impressione-espressione, anche quando Laurea medita sulle radici della stessa pittura moderna (v. Ruota “Omaggio a van Gogh”, 1994). E tale è un atteggiamento psichico sia nei confronti della natura in sé, dei suoi colori vivi e forti che essa promana, sia quando Ella si trova al cospetto di opere lontanissime dal suo tempo, come quelle conservate nel Museo Barracco di Roma. Annamaria lo attraversa e scruta le antiche sculture nelle loro possibilità espressive e ce ne dà testimonianza diretta in una serie di disegni e incisioni di rapide e sentite emozioni. È singolare infatti che da brani di algido marmo o di scuri graniti di questi reperti archeologici trae appunto degli sketches di vivaci colori pastello, sul principio della impressione-espressione, per cui analizza con medesima prontezza la Sfinge di Hat-Scep, l'Erma di Pericle, o la Stele sepolcrale attica. Il suo tratto è dinamico, il contorno delle figure è essenziale, e tuttavia suo segno colorato nasce, anche per questa libera ricognizione museale, dalla sua concezione psichica e interiore dell'arte analogamente alla sua privilegiata ricerca astratta informale.
Rosella Siligato
L'appartenenza a una cultura è un segno profondo che col tempo lasciamo si mare dietro di noi, ma è come un filo di Arianna attraverso il quale si può sempre salire alla radice. Passaggi graduali o nette recisioni fanno parte del percorso.
Fino a un certo punto Annamaria Russo ha fatto una pittura figurativa e tona densa di contenuti affettivi: amore per le persone, per gli oggetti di uso quotidiano per i paesaggi della sua terra meridionale, a cui si accosta con un abbraccio coinvolgente e con testardo desiderio di possesso.
Aderisce al senso concreto delle cose, che rimangono altro da sé, e su queste lavora, pensandone la struttura in termini di spessori e di zone della materia pittorica. Ma la materia non è solo un mezzo espressivo, anch'essa viene coinvolta dall'investimento sessuale, impastata, lavorata, posseduta. La sabbia del «suo» fiume è la materia base dell'impasto a cui mescola la polvere di colore. La tonalità è pronta quando risponde al suo stato emotivo, la densità dell'impasto quando ubbidisce al suo gesto nervoso e trattenuto.
L'immagine cresce sintetica insieme al sentimento dell'oggetto, chiusa, raccolta. Una traccia nera e dolorosa serra i colori terragni, cupi.
Le nature morte dei suoi inizi, la Stiratrice, l'Impastatrice, la Cucitrice del 1966 sono intrise di profonda malinconia, dell'unità dignitosa e del sacrificio muto che si alimentano nella cultura rurale. Tutta l'attenzione è concentrata sulle presenze familiari forti, emergenti come momento esemplare del mondo che rappresentano.
Più tardi, con l'indagine sul tema del paesaggio, si costringe ad altro orizzonte, ad altro rapporto con il mondo. Mentre spariscono lentamente i neri, i colori si illumina, il celeste predomina, gli spazi si aprono.
Una tela non è più sufficiente a contenere lo spazio, che sconfina senza soluzione al di là dei limiti fisici della superficie. Passa da due a quattro, a sei, a otto tele avvicinabili, ma non necessariamente, in un'unica composizione. Ognuna è autonoma poiché comunque, siano esse uno o infinite, lo spazio continua oltre.
La pennellata si fa sciolta e ritmica, le rare figure, sempre meno rintracciabili, sono solo una memoria del suo affetto per le cose, un filo che la lega all'ombellico della terra mentre è immersa nell'acqua da cui si lascia prendere senza resistenza.
Il gesto che corre, trascinando la materia corposa, aggrumata, prende il sopravvento. Il ritmo che si snoda è flusso esistenziale, batte il tempo delle pulsazioni vitali. Il suo investimento panico si estende nello spazio come dimensione dell'essere.
È trascorso qualche anno da quando è stata scritta questa presentazione, ma il filo di Arianna rimane ancora fermamente serrato tra le dita di Annamaria, caparbiamente concentrata a spingere ansiosamente in avanti la sua ricerca sul ritmo della materia e sull'immersione-espansione dell'io.
Ora, nei suoi «tondi» più recenti, anche il pubblico viene coinvolto, chiamato ad intervenire direttamente per far ruotare con un gesto l'opera.
Alla pressante fisicità dell'artista si associa così la partecipazione fisica del pubblico, che imprime al ritmo interno alla materia una ulteriore accelerazione.
Annamaria ha un desiderio, quello di sentirsi inserita in un quadro di riferimento.
lo, troppo debole di fronte a questo fiume in piena, la collocherei nel solco che hanno tracciato gli astratto-informali da cui deborda spinta da un'ansia onnivora divorare il mondo.
Claudia Terenzi
Ripercorrere l'attività pittorica di Annamaria Russo dagli anni Sessanta ad oggi, e quindi dai primi quadri figurativi alle successive elaborazioni di forme che, pur evocando paesaggi o nature morte, non hanno più alcuna intenzione descrittiva, significa riconoscere la coerenza e l'autentica elaborazione di un linguaggio teso ad accentuare sempre di più il colore e le materie come elementi fondamentali della comunicazione.
La riconoscibilità di queste immagini, lo stretto rapporto tra i colori e l'effetto plastico generale, la subordinazione del soggetto a una struttura compositiva, rivelano l'identità tra contenuto e forma, la fantasia dell'artista e la sua autonomia dalle regole convenzionali. L'arte stessa ci deve insegnare a liberarci dalle regole dell'arte sosteneva Molière, e cioè attraverso la pratica e la costante ricerca all'interno dei linguaggi si raggiungono quegli effetti intensamente desiderati nella fantasia dell'artista.
Non vi è alcun dubbio che Annamaria persegua con impegno, o addirittura con ostinata volontà, questa indagine nei propri materiali pittorici per liberarli da ogni residuo naturalistico e per raggiungere un'identità simbolica tra contenuto e forma, attraverso le forti campiture di colore che per giustapposizioni costruiscono l'immaginazione. Una pittura che sembra non avere uno schema preordinato, un disegno alla base, ma un crescente organico di materie che si sviluppano e si arricchiscono via via fino a raggiungere l'effetto desiderato.
La pratica del fare e del costruire, quindi, come liberazione da regole astratte dell'arte per ritrovare un proprio autentico modo di cominciare.
Spesso i soggetti sono paesaggi, in quanto l'ispirazione primaria proviene dai colori della natura, dalle materie e dalle strutture organiche, e soprattutto vi è una sensibilità per tutto ciò che ci circonda e si evolve con la luce, con le ombre, con il variare dei punti di vista.
Ma sono paesaggi del tutto fantastici, elaborati da pure impressioni che hanno lasciato tracce profonde ma che vengono ricostruite in un oggetto più ricco e più pregnante della rievocazione naturale, in cui il procedimento, la scelta e la qualità dei materiali utilizzati acquistano un preciso valore nella comunicazione, preponderante rispetto al soggetto stesso. Il procedimento, l'evidenziazione del lavoro manuale così come appare nelle materie dense, negli spessori del colore, nel sommovimento delle superfici sono infine gli elementi che più caratterizzano queste pitture-oggetto di Annamaria Russo.
Claudio Strinati
La circostanza di questa mostra è interessante per riproporre un vecchio ma sempre valido discorso. Un'artista che vive all'interno della dimensione informale (come è, appunto, il caso di Annamaria Russo) si misura con il patrimonio visivo della classicità e ne fornisce una sua versione personale.
Ha senso? È ovvio che la risposta non possa non essere positiva, ma è altrettanto ovvio come il modo di affrontare il retaggio del passato sia proprio l'elemento distintivo che marca le differenze tra un artista e l'altro contribuendo a definire meglio la personalità di ciascuno.
Annamaria Russo è una pittrice fervida e coinvolta. Il suo rapporto con il materiale è sempre diretto e spontaneo, quindi l'esatto opposto di quello che è lecito ritenere possa e debba essere il rapporto di noi tutti con l'Antico, inevitabilmente difficile e mediato.
Per la Russo il problema è quello di rivivere in sé non tanto e non solo l'immagine della statua antica, quanto il senso di vita latente che l'opera d'arte contiene in sé quasi come una necessità.
La nostra artista vede, cosi, l'antichità come qualcosa che è a portata di mano, ancorché irrimediabilmente perduta. E, quindi, il suo modo di fare è immediato e impulsivo.
Certo, per dare un'idea convincente di questo tipo di approccio, I'artista deve rinunciare alla forma prediletta su cui lavora ormai da tanto tempo, una forma che non intende riprodurre le sembianze del Reale ma fabbricarne uno a sé, fatto di ruote cromatiche, di accostamenti di toni, di barlumi di colore e spazio.
Non si può dire, però, che questa sia un'esperienza contraddittoria. E, piuttosto, un'operazione che integra fatti diversi, in nome di una sintesi tipica, quella della memoria storica condotta con idee aliene da ogni pedanteria, dipendenti solo dall'emozione.
Per la nostra artista, quindi, un momento di ulteriore autenticità che ce la rende ancor più vicina nella sua sottile e intima sensibilità.
Patrizia Rosazza
Conosco Annamaria ormai da molti anni, nei primi neppure sospettavo che ella potesse dipingere. Per me, che allora lavoravo al Servizio didattico della Galleria Nazionale, era una tra le tante professoresse che convogliavano le loro classi, più o meno attente, più o meno riottose, nelle nostre sale. Lavoro durissimo il nostro ed il loro quando come nel suo caso si trattava di adolescenti tra i dodici ed i quindici anni; mentre una classe delle scuole elementari può essere avvicinata al museo in una dimensione studiatamente ludica ed estremamente piacevole, un pubblico di irequieti adolescenti nutriti di videogame e spot televisivi, che deve confrontarsi con un maestro della metafisica o dell'astrazione attraverso il supporto di quelle pochissime ore che una materia come la storia dell'arte ha una disposizione nella scuola dell'obbligo, può molto facilmente trasformarsi in una sorta di calata dei barbari; i giovani e per altro incolpevoli barbari di Annamaria - tante piccole Ambre che di li a qualche anno si potrebbero identificare nel loro topos televisivo, tanti piccoli ultrà tra breve maturi per le più calde tifoserie in trasferta - provengono poi quasi sempre dalle più lontane periferie dell 'impero ed aggiungevano al disagio della loro ingrata età quello di provenire dai più anonimi quartieri di questa città ormai ben lontana dall'essere a misura d'uomo. Ma lei non si lasciava scoraggiare: concordava gli argomenti, li anticipava e poi li approfondiva in classe, si batteva nei consigli di classe per ottenere il maggior numero di uscite possibili e spesso per semplificare le trafile amministrative, si portava in metropolitana venti trenta ragazzini «sotto la sua responsabilità», frase che tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni paventano come una maledizione biblica. Le sue classi ovviamente la adoravano, noi un po 'la temevamo, ma non potevamo fare a meno di ammirarla: sono persone come lei che preparano la nostra futura utenza, la ragion d'essere di un museo. Che con pari passione, con pari intensità e con pari energie Annamaria poteva oltre che insegnare, anche dipingere è qualcosa che per me continua ad avere dell'incredibile, a volte sospetto che, come i gatti, ella abbia nove vite ma che, a differenza di loro, le viva tutte contemporaneamente. Ovviamente quando un siffatto concentrato di energia vuole «una pagina» è impossibile sottrarsi, a nulla sono servite le mie scaramantiche considerazioni sul fatto che mi occupo di artisti che hanno concluso ormai da tempo il loro percorso archivi, che ne ricerco gli archivi , ne studio i documenti, ne indago la produzione in un contesto storico ormai sedimentato. Devo quindi arrischiare alcune considerazioni che - se Annamaria mi consente - formulerò nel linguaggio dello storico, visto che quello del critico mi è estraneo e che un poco ne diffido, avendolo spesso visto fluire in una scintillante sequela di coltissime ed audaci aggettivazioni che graziosamente tra loro si rincorrono. Nel 1940 il rettore dell'Università di Padova, inaugurando le aule che aveva fatto decorare dai massimi artisti del momento, Martini, Campigli, Funi ... difendeva le proprie scelte, considerate da molti dei padovani troppo audaci ed innovative, asserendo che solo la posterità avrebbe potuto giudicarle nel loro vero valore perché «di fronte all'arte contemporanea soffriamo tutti di presbiopia», le cose ci sono cioè troppo vicine perché noi le si possa vedere quali esse sono realmente, «la messa a fuoco» potrà avvenire solo dopo che il trascorrere di un congruo lasso di tempo abbia posto tra noi e loro la giusta distanza temporale.
Ed è ben presente a tutti noi che delle oscillazioni del gusto ci occupiamo lo sdegnato colpo di ventaglio con cui la scandalizzata Eugenia, consorte di Napoleone III, colpiva l'Olympia di Manet alla sua prima comparsa pubblica, nel 1867, consacrando con il proprio scandalo, per le future generazioni, tanto uno dei capolavori della pittura dell'Impressionismo, quanto la propria incapacità - la propria presbiopia appunto - a riconoscerlo. Che la critica ufficiale del momento stravedesse per un pittore come Messonier, di cui ora a stento ricordiamo il nome e che a difendere gli impressionisti fossero pochi scapestrati di genio come Zola, giustifica di certo la povera Eugenia e di riflesso è un monito preciso per tanta critica affabulante, Poche quindi e precise parole sento di poter spendere sull'operare della nostra amica che vadano oltre l'ammirazione per la sua incrollabile urgenza di fare fisicamente, con tutta se stessa, pittura, anche perché altri e con maggior diritto analizzano in queste stesse pagine la sua produzione: un mestiere esperto, una mano sicura formatasi negli anni dell'Accademia, sorreggono il suo procedere puntiglioso verso le cromie di un espressionismo astratto; una materia - la sabbia di fiume - cui la lega per sua stessa ammissione l'affettuosa memoria d'una infanzia tutelata dalla continua presenza d'una madre che la portava sempre con se, nei campi, sul greto del fiume, forma, questa rena di grane diverse, il corpo vivo della sua pittura, una pittura in cui la materia negli anni è andata trasformando il sopravvento, progressivamente la tela del supporto in una sorta di spumeggiante altorilievo sempre più solido, sempre più corposo; e ancora il gioco esperto delle scomposizioni, delle ricomposizioni cui Annamaria assoggetta le sue tele, componendo trittici, polittici, sequenze sulla parete, non vincolanti né vincolate se non dall'accordo della sua tavolozza violenta e delicata insieme. Credo in Annamaria perché so che molto ha lavorato e molto lavorerà ancora.
Alberta Campitelli
La capacità di Annamaria Russo di rapportarsi alla realtà che la circonda le ha permesso, negli anni dell'insegnamento, di avvicinare i suoi ragazzi alla conoscenza della città e del suo patrimonio, ricreando in classe le suggestioni tratte dalle visite ai musei, a piazze, a monumenti, a chiese, con una produzione di materiale didattico, che in più occasioni ha destato l'interesse, anche all'esterno del mondo della scuola.
Ora che il suo impegno scolastico si è concluso - almeno nella forma dell'insegnamento quotidiano - Annamaria rivive in prima persona le impressioni che le testimonianze del passato producono sul mondo, traducendo in schizzi dalla grafica elaborata statue e rilievi.
La rivisitazione di uno dei nostri Musei più ricchi di suggestione, il Museo Barracco, si accosta e si somma alla produzione libera, si costruisce con un nuovo filone di ricerca e di conoscenza che apre nuove vie e nuove emozioni.
Annamaria assorbe dal mondo che la circonda colori, luci, impressioni: arricchisce così un immaginario da trasporre le opere sempre più complesse nell'esuberante desiderio di trasmettere e comunicare la grande forza vitale che la anima.
È una forza che probabilmente trova la sua origine proprio nella materia che Annamaria usa nelle sue opere, la terra: il fatto stesso di plasmare questo elementi primordiale, con le sue valenze simboliche legate alla fertilità e quindi alla creazione stessa, racchiude una particolare magia, una sensazione di piacere materico che si espande oltre alla superficie del quadro.
La terra nell'opera di Annamaria è manipolata, assume forme e colori, si espande e si incrosta, si distende in ampie strisce e si condensa in rapidi e coincisi tocchi, comunica la simultaneità creativa dell'azione materica e di quella artistica. Il percorso attraverso le opere esposte permette di leggere le costanti e le innovazioni che segnano fasi e passaggi di crescita e maturazione. Le costanti sono la terra, la plasticità del segno, un legame con la storia, con un mondo di oggetti e di paesi mutati e immutabili nel tempo; le varianti, che si impongono con sempre maggiore forza, sono la sicurezza nel manipolare la materia pittorica, l'ardire nell'alternare accostamenti cromatici violenti a delicate variazioni di gemme, l'invenzione di forme nuove che interagiscono con gli spettatori.
Nascono così i multipli, che Annamaria chiama "Polittici" con un termine non a caso antico, che evoca elaborate pale d'altare e tecniche d'altri tempi: si tratta in realtà di opere che si scindono e si compongono, che si leggono in quanto parti autonome di un insieme o in quanto unicum che risalta dall'accostamento di singole parti. Ogni opera vive così singolarmente come parte di un insieme più vasto e complesso, invita lo spettatore a mettere insieme i pezzi del "puzzle", a dividerli ed a ricomporli a proprio piacimento ricreando armonie nuove e personali.
Questo coinvolgimento è ancora più evidente nelle ultime opere di Annamaria, le Ruote: solo ruotando il quadro, con un semplice gesto, lo si può vedere e godere pienamente e così chi guarda sceglie e aziona un contatto diretto.
Alla fine del percorso si ha certezze della profonda continuità che lega opere ormai lontane nel tempo ma frutto di una stessa matrice creativa, la stessa continuità dell'evoluzione di Annamaria come persona, della sua crescita simultanea nella vita e nel lavoro, come artista e come donna.
IL DIRETTORE DEL MUSEO BARRACCO - Maresita Nota Santi
Ai nostri giorni la vita di un museo comprende attività e si arricchisce di esperienze che non sempre manifestano apertamente il profondo nesso che le raccorda alla realtà culturale ed alla natura propria del museo stesso.
Una collezione archeologica di grande prestigio scientifico, quale quella Barracco, può, ad esempio, divenire fonte di ispirazione per una giovane artista che, attraverso immagini ricche di colore, ci comunica la sua verità intessuta di entusiasmo, gioia e vitalità. In questo modo Annamaria Russo "rilegge" la collezione Barracco e la ripropone all'attenzione del pubblico con un linguaggio moderno, dove alla classica bellezza dell'opera d'arte si affianca il tratto e il disegno dell'arte contemporanea nella sua incisività e immediatezza espressiva.